La fondazione dell’Eparchia di Hajdúdorog

[Intervento di Tamás Véghseő nel convegno "La fondazione dell'Eparchia di Hajdudorog per gli ungheresi di rito bizantino nel contesto politico  dell'Impero Austro-Ungarico (1912)" - Roma, 29 novembre 2012, Accademia d'Ungheria in Roma]

 

La fondazione dell’Eparchia di Hajdudorog nel 1912 fu l’unico atto amministrativo di notevole importanza che riguardava la Chiesa cattolica in Ungheria nel periodo del Dualismo politico (1867-1918). L'iter storico che ha condotto all’erezione di una nuova circoscrizione ecclesiastica per i cattolici di rito bizantino, e di identità e lingua ungherese, è ricordato nella memoria della medesima comunità ecclesiastica quale „calvario”. Infatti, mentre a partire dalla metà dell’Ottocento il movimento dei greco-cattolici ungheresi conduceva una lotta pluridecennale per raggiungere almeno parzialmente i traguardi prefissi, tra i quali spicca l’uso della lingua ungherese nella liturgia, si imbatteva ripetutamente nella resistenza della gerarchia cattolica ungherese, della Santa Sede, della Chiesa greco-cattolica rumena e di certi circoli politici. Complica ulteriormente il quadro il fatto che i greco-cattolici ungheresi hanno avuto sostegno incondizionato nella loro lotta soltanto dai protestanti calvinisti ungheresi. Ecco, i componenti di un “calvario”: gli ungheresi in Ungheria devono combattere per decenni per l’uso della lingua ungherese nel campo ecclesiastico, vengono ostacolati dai loro confratelli cattolici di rito latino e di rito bizantino e appoggiati dai protestanti.

Le radici di questa complicata problematica risalgono alle origini dei greco-cattolici di identità e lingua ungherese. Chi sono e da dove vengono i greco-cattolici ungheresi? Una prima risposta, che è largamente diffusa, ed era largamente accolta particolarmente qui, a Roma, afferma che i greco-cattolici ungheresi non sono altro che ruteni e rumeni magiarizzati. E’ senza dubbio che nella seconda metà del XIX secolo si vide un impressionante aumento numerico dei greco-cattolici ungheresi. Mentre negli ultimi decenni del secolo la popolazione del Regno d'Ungheria crebbe di una quantità pari al 33 %, quella dei greco-cattolici ungheresi aumentò del 118 %. Il clima politico-culturale del secondo Ottocento ungherese favorì il processo d'assimilazione, al quale erano maggiormente esposte le etnie senza una forte consapevolezza nazionale. Questo fu il caso dei ruteni, tra i quali, nella seconda metà del secolo, ebbe un grande influsso la corrente filo-ungherese. Tra il 1880 e il 1890 la popolazione dei greco-cattolici ungheresi crebbe del 49,6%, mentre quella dei ruteni aumentò solo del 10%. Il processo di assimilazione fu molto più lento nel caso dei romeni, poiché il popolo romeno, e specialmente il clero greco-cattolico, in quel periodo aveva una forte consapevolezza nazionale. Avendo una solida struttura ecclesiastica, i romeni furono in grado di contrastare maggiormente l'assimilazione.

Tuttavia, l’assimilazione dei ruteni e romeni alla nazione ungherese non è una risposta esclusiva alla domanda che riguarda l’origine degli ungheresi di rito bizantino. Infatti, i primi indizi a noi pervenuti che attestano la presenza di comunità di lingua e identità ungherese tra i greco-cattolici sono le traduzioni manoscritte della liturgia, fatte nell’ultimo decennio del Settecento. Questo vuol dire che già prima del grande aumento numerico dei greco-cattolici ungheresi nel secondo Ottocento, dovuto senz’altro all’assimilazione, ci furono delle comunità ungheresi di rito bizantino, specialmente nelle provincie di Hajdu e Szabolcs. D’altra parte, la capacità di assimilare altre etnie non fu una caratteristica esclusiva della nazione ungherese. Sia i ruteni sia i romeni erano in grado di assimilare altri popoli nelle regioni, dove formavano la maggioranza. Cioè, nelle comunità rutene e romene viveva anche gente di origini ungheresi, assimilita particolarmente dopo il periodo dell’occupazione turca, quando a causa degli insediamenti l’espansione rutena e romena raggiungeva regioni, abitate prima prevalentemente dagli ungheresi, ma colpite dal fenomeno dello spopolamento.

Tutto questo dimostra che la questione dell’origine dei greco-cattolici ungheresi si rivela molto più complicata di una risposta riduttiva e dà ampio spazio a ulteriori ricerche. Tuttavia, devo sottolineare ancora una volta che l’aumento impressionante del numero dei greco-cattolici ungheresi nella seconda metà dell’Ottocento, dovuto all’assimilizione, è determinante.

Un altro aspetto particolare dell’evolversi della sorte dei greco-cattolici ungheresi che dobbiamo tener presente è la pressione dell’opinione pubblica che può essere definita costante fino alla metà del XX secolo. L’opinione pubblica ungherese infatti collegava il concetto del “rito bizantino” ai popoli slavi e al popolo romeno, quindi lo riteneva estraneo all’identità nazionale ungherese, i cui connotati religiosi erano il cattolicesimo di rito latino o il protestantesimo. Di conseguenza, ai greco-cattolici ungheresi fu offerta tacitamente una soluzione alternativa alla loro lotta per essere considerati parte integrante della nazione ungherese: se vogliono diventare ungheresi a tutti gli effetti, devono scegliere la strada del cambiamento di rito o della confessione. Questa “soluzione”, presente per un intero secolo, ha avuto effetti devastanti soprattutto tra le due guerre mondiali, quando l’opinione pubblica ungherese, scioccata dalle conseguenze del Trattato di pace di Trianon, facendo pressione, ha costretto migliaia di greco-cattolici in cerca di una vita migliore al cambiamento di rito o di confessione. Come reazione alle forze che volevano escludere il rito bizantino dalla definizione dell’identità nazionale ungherese, i greco-cattolici citavano i fatti storici del primo medioevo ungherese, che attestano la presenza del rito bizantino fino al XIII secolo. Nel discorso identitario dei greco-cattolici ungheresi dell’Otto-Novecento le missioni bizantine e i monasteri orientali nel Regno d’Ungheria dell’epoca degli Arpadi diventano non soltanto punti di riferimento, ma anche argomenti che confutano la convinzione, largamente diffusa nell’opinione pubblica, secondo la quale l’identità nazionale ungherese e il rito bizantino sarebbero stati concetti incompatibili.

Contemporaneamente all'aumento numerico della popolazione di lingua e identità ungherese nella seconda metà dell’Ottocento, si acutizzò il problema dell'uso della lingua ungherese nella liturgia e divenne più consistente l'esigenza di un'eparchia ungherese greco-cattolica.

Nel 1868 – approffittando del clima politico del compromesso Austro-Ungarico – si radunò a Hajdúdorog, sede della comunità più numerosa, un congresso in rappresentanza di 58 parrocchie dei greco-cattolici ungheresi per esaminare il modo di ottenere la costituzione di una propria eparchia, nella quale si usasse come lingua liturgica l'ungherese.

Nel 1873 il re, con il consenso di István Pankovics, vescovo di Munkács eresse a Hajdúdorog un Vicariato episcopale, con Concistoro e Cancelleria propri in cui si usava solo l'ungherese. Frattanto in modo autonomo alcuni sacerdoti cominciarono e altri continuarono ad usare l'ungherese anche nella liturgia. Il vicario di Hajdúdorog, János Danilovics, considerò la traduzione dei libri liturgici in lingua ungherese come un compito di primaria importanza. Organizzò la Commissione di traduzione liturgica di Hajdúdorog, formata da nove membri, la quale tradusse i principali libri liturgici, e tra il 1882 e 1892 pubblicò una prima serie di volumi.

I promotori dell’introduzione della lingua ungherese nella liturgia bizantina furono del parere che la questione della lingua liturgica da usare fosse di competenza del vescovo eparchiale. Tuttavia, la prima occasione, in cui la lingua ungherese nella liturgia bizantina fu usata in modo dimostrativo, provocò immediatamente il divieto da parte della Santa Sede. Infatti, nel giugno del 1896 – l’anno dei grandi festeggiamenti del millesimo anniversario della conquista della Patria – nella Chiesa dell’Università di Budapest fu celebrata una liturgia bizantina interamente in ungherese. L’evento fu preparato attentamente e pubblicizzato nei giornali nazionali, e suscitò una forte eco nell’opinione pubblica. La notizia giunse ben presto a Roma e nel settembre dello stesso anno la Congregazione di Propaganda Fide decretò il divieto dell’uso della lingua ungherese nella liturgia bizantina, ordinò la distruzione dei libri liturgici ungheresi, pubblicati fino a quel momento e intimò ai vescovi eparchiali di Mukacevo e Presov, Gyula Firczák e János Vályi, di stroncare il movimento dei greco-cattolici ungheresi.

I timori della Santa Sede per l’introduzione di una lingua volgare nella liturgia sono ben comprensibili se prendiamo in considerazione il contesto storico. L’approvazione dell’uso della lingua ungherese per i cattolici di rito bizantino poteva avere effetti indesiderati e provocare simili pretese da parte dei cattolici latini. D’altra parte non mancarono le informazioni, giunte a Roma da circoli ecclesiastici romeni, che avevano suggerito un’interpretazione esclusivamente nazionalista della questione, affermando che l’introduzione della lingua ungherese non fosse altro che un tentativo di magiarizzazione del governo ungherese. Tuttavia, è comprensibile anche la perplessità degli ungheresi di fronte al decreto di divieto. Essi si sono posti la domanda: per quale motivo la Santa Sede proibisce loro ciò che permette ai greco-cattolici romeni? I romeni, infatti, usavano nella liturgia la loro lingua volgare che era ormai ben differente a quella che era in uso nella chiesa romena nel momento dell’unione con la Sede Apostolica. Agli ungheresi, dunque, non sembrava ragionevole altra soluzione che la semplice applicazione del principio “suum cuique”.

La situazione divenne assai delicata, poiché l’opinione pubblica interpretò l’atteggiamento della Santa Sede in chiave nazionalista e arrivò alla conclusione che Roma si era schierata in favore delle forze ostili alla nazione ungherese.

Mentre il governo ungherese fece inutili tentativi diplomatici per convincere la Santa Sede, i greco-cattolici ungheresi organizzarono un pellegrinaggio in occasione dell’anno santo del 1900 in cui 500 persone si recarono a Roma per mostrare sia la loro stessa esistenza, sia la loro filiale devozione alla Sede Apostolica. Il pellegrinaggio fu senz’altro un evento che lasciò buone impressioni nei circoli vaticani riguardi au greco-cattolici ungheresi.

Comunque, la Santa Sede non cedette e continuava a proibire l'uso della lingua ungherese quale lingua liturgica. Tuttavia, non rifiutò l’idea dell'erezione di un’eparchia ungherese, altro traguardo importante degli ungheresi di rito bizantino.

La soluzione della questione della nuova eparchia dipendeva dal governo ungherese che per lungo tempo la considerò secondaria rispetto alla questione della lingua liturgica. Solo dopo aver preso atto dell’irremovibile fermezza della Santa Sede riguardo al divieto dell’uso dell’ungherese nella liturgia, il governo pensò seriamente all’erezione di una eparchia greco-cattolica ungherese. Essa – secondo le intenzioni del medesimo governo – avrebbe avuto il compito di introdurre di fatto l’uso della lingua ungherese nella liturgia.

Per realizzare l’erezione della nuova eparchia era necessario anche l’interessamento dell’imperatore che nel sistema del giuspatronato aveva il diritto di provvedere alla fondazione di nuove diocesi. Poiché il principe ereditario, l’arciduca Francesco Ferdinando era stato grande fautore della causa romena, solo un argomento abbastanza forte poteva convincere l’imperatore ad accettare la proposta del governo di fondare un’eparchia per i greco-cattolici ungheresi. Il momento propizio arrivò nella primavera del 1911, quando l’imperatore Francesco Giuseppe dovette affrontare il problema della nuova legge militare da approvare dal parlamento ungherese. Poiché il disegno di legge prevedeva notevoli aumenti finanziari, l’approvazione non sembrava facile. Per guadagnare il consenso dei deputati ungheresi, l’imperatore decise di puntare sull’orgoglio nazionale. Gli fu suggerita la questione dell’eparchia greco-cattolica ungherese come “causa nazionale”, la soluzione della quale avrebbe potuto garantire il successo nel parlamento. Per questo motivo l’imperatore incaricò il conte Bartolomeo Lippay, pittore stimato nella corte del Papa, di contattare la Segreteria di Stato in vie confidenziali e conoscere la reazione della medesima a tale proposta. In linea di principio la risposta della Santa Sede era positiva. La Segreteria di Stato chiedeva comunque garanzie ben precise dal governo riguardo il divieto dell’uso dell’ungherese. Per gli uffici del primate Kolos Vaszary si arrivò ad un compromesso: la lingua liturgica della nuova eparchia sarebbe stata il greco classico, che il clero avrebbe dovuto imparare in tre anni. Con questa soluzione si poteva evitare l’accusa principale, secondo la quale l’eparchia ungherese sarebbe stata uno strumento del governo ungherese nella politica di magiarizzazione.

E’ da notare il dissenso tra la Segreteria di Stato e la Congregazione di Propaganda Fide, il cui prefetto il cardinale Girolamo Maria Gotti seguì la linea dura del suo predecessore, il cardinale Ledochowski, di vietare assolutamente l’uso liturgico della lingua ungherese. Il cardinal Gotti era del parere che una nuova eparchia per i greco-cattolici di lingua ungherese – nonostante le garanzie date dal governo e il fatto della lingua greca come lingua liturgica ufficiale – avrebbe comunque promosso l’uso liturgico della lingua ungherese. Dopo mesi di trattative, nel febbraio del 1912, il prefetto di Propaganda accettò controvoglia la decisione riguardante la fondazione dell’eparchia di Hajdudorog, ritenendo insieme ai suoi collaboratori il Segretario di Stato, Merry del Val, troppo ingenuo. E’ interessante che un documento del 1922, scritto da un collaboratore della Congregazione per la Chiesa orientale, ricordi che il cardinale Gotti, deceduto nel 1916, avesse completamente ragione. Nel 1922 il vescovo di Hajdudorog aveva chiesto già due volte il prolungamento del triennio stabilito per il clero greco-cattolico ungherese per imparare il greco e aveva anche pubblicato un Liturgikon, in cui appariva in greco solo il testo del canone eucaristico, tutto il resto era in ungherese. L’autore del documento rievoca la resistenza del cardinale Gotti della Congregazione di Propaganda e accusa il governo ungherese di aver abusato della bontà di papa Pio X e di aver ottenuto con false promesse l’approvazione del pontefice, ormai anziano.  

Nel maggio del 1912, dunque, Francesco Giuseppe fondò l'eparchia di Hajdúdorog per le parrocchie di rito bizantino e di lingua ungherese, che nel giugno dello stesso anno san Pio X eresse canonicamente con la bolla Christifideles graeci. La Sede Apostolica dette alla nuova eparchia 162 parrocchie, dismembrate dalle eparchie di Mukacevo (70), Presov (8), Alba-Iulia-Fagaras (35), Oradea (44) e Gherla (4), e una (a Budapest) dall'arcidiocesi latina di Esztergom. Mentre i vescovi delle eparchie rutene di Munkacs e di Eperjes furono favorevoli allo smembramento, i vescovi romeni protestarono con veemenza. Per la loro resistenza il processo dell’organizzazione della nuova eparchia fu rallentato, anzi essi ottennero anche la revisione della bolla di fondazione. Per questo motivo la bolla Christifideles non venne consegnata alla nuova eparchia, ma trattenuta nella nunziatura di Vienna. Il processo di revisione fu bloccato dalla prima guerra mondiale. In seguito al trattato di pace di Trianon (4 giugno 1920) l'eparchia di Hajdúdorog subì gravi perdite: delle sue 162 parrocchie, ne perdette 79. I vescovi romeni ottennero tutto ciò che avevano voluto (anzi, molto di più), perciò la revisione della bolla non era più di attualità. La bolla Christifideles rimase nell’archivio della nunziatura di Vienna, poi rispedita a Roma, è oggi conservata nell’Archivio Segreto Vaticano.

Le proteste contro l’eparchia ungherese di rito bizantino non furono solo verbali o scritte. Durante l’organizzazione dell’eparchia si verificarono azioni di violenza contro il vicario generale Jaczkovics che si era presentato nelle parrocchie da incorporare. Bisogna aggiungere che nel caso il vicario generale ha avuto un comportamento poco prudente. Il culmine della violenza fu l’attentato contro il primo vescovo di Hajdúdorog, István Miklásy, nel febbraio del 1914 a Debrecen, sede provvisoria dell’eparchia. Al vescovo fu recapitato un devastante pacco-bomba inviato da Czernowitz (Bucovina) che uccise tre dei suoi collaboratori. Il vescovo rimase illeso. L’esecutore materiale dell’attentato fu il romeno Ilie Catarau, che lavorava per conto dei servizi segreti russi, interessati ad acutizzare i conflitti etnici della Monarchia.

L’episodio dell’attentato dimostrava l’estrema delicatezza dell’affare. Le esigenze pastorali si erano mescolate agli interessi politici e questo aveva messo alla prova la Santa Sede, che doveva affrontare una serie di domande-chiavi: come si può andare incontro alle giustificate esigenze pastorali dei greco-cattolici ungheresi, appoggiati, però, dall’imperatore, guidato da chiarissime motivazioni politico-militari? Come si possono ottenere garanzie valide dal governo ungherese contro le tendenze nazionaliste? Come si può fare giustizia tra cattolici di rito bizantino, appartenenti a diverse etnie? Come si può evitare l’introduzione di una prassi indesiderata nella questione della lingua liturgica?

Nel processo che condusse alla fondazione dell’eparchia di Hajdúdorog la Santa Sede cercò di trovare un sano equilibrio, impiegando risorse ed energie notevoli. Nonostante l’impegno, il risultato non soddisfò tutti. I romeni si sentirono sconfitti e traditi dalla Santa Sede. Gli ungheresi, invece, cantavano vittoria ed erano grati al Santo Padre.

Qualche anno dopo, gli avvenimenti politici crearono una situazione completamente nuova. Dopo la prima guerra mondiale, le antiche sedi episcopali greco-cattoliche del Regno d’Ungheria finirono nei nuovi stati, mentre nella nuova Ungheria rimase solo la neoeretta eparchia di Hajdudorog. Il che vuol dire che ci sarebbe stato bisogno comunque di una eparchia per gli ungheresi di rito bizantino. Se la preparazione alla guerra non avesse spinto l’imperatore nel 1911/12 ad appoggiare le esigenze degli ungheresi di rito bizantino e fondare per loro un’eparchia, sarebbero state le conseguenze catastrofiche della guerra persa a promuovere la creazione della medesima.